Balia dal Collare è un collettivo politico ecologista attivo nell’Appennino centrale, in particolare nella Provincia di Rieti.
Nasce nel 2020 nel momento in cui sul territorio viene riproposta dalle istituzioni provinciali e comunali la seconda versione del progetto TSM (Terminillo Stazione Montana), già bocciato in sede regionale del Lazio nel 2015. Il collettivo prende il nome dalla specie protetta Balia dal Collare bianco, un uccello migratore che nidifica nella faggeta della Vallonina di Leonessa, uno dei siti interessati dalla devastazione dei demani collettivi e di specie vetuste e preziose per l’ecosistema, messe sotto attacco dalla proposta della costruzione di nuovi impianti di sci da risalita e di nuovi bacini di innevamento artificiale previsti dal TSM2.
Il collettivo matura una consapevolezza ecologista radicale prima ancora del 2020, quando alcune attiviste si impegnano nel gruppo delle Brigate di Solidarietà Attiva in seguito ai terremoti del 2016-2017 che hanno interessato Lazio, Marche, Abruzzo ed Umbria. Le politiche post-sisma hanno da subito favorito quello che, anni dopo, è stato teorizzato come “spopolamento programmato delle aree interne” e hanno mostrato i rischi dell’abbandono delle terre alte e dell’installazione di opere nocive, biodigestori, data center e sfruttamento delle risorse idriche e montane.
Uno dei principali campi di battaglia del collettivo è stato quello della tutela dei terreni demaniali e del diritto d’uso civico in Appennino, per impedire la distruzione dei territori in favore del consumo di suolo e dello sfruttamento della risorsa idrica delle sorgenti montane. La questione della tutela della risorsa idrica impegna il collettivo in un’altra contestazione, stavolta dalle caratteristiche macroscopiche, che è quella del Progetto del Raddoppio dell’Acquedotto del Peschiera, Nuovo Tronco Superiore, in capo alla multiutility ACEA.
Il senso di questa lotta è quello di denunciare la dispersione dell’acqua da parte di ACEA e il profitto in capo al bene collettivo, la mancata manutenzione delle tubature e la narrazione tossica che dipinge questa grande opera infrastrutturale di interesse strategico nazionale come panacea al bisogno d’acqua della metropoli romana e di altri territori della Regione Lazio.
Il collettivo da anni promuove l’idea del principio di solidarietà idrica e chiede la riduzione delle perdite anziché ulteriori prelievi d’acqua che già stanno portando il fiume sotto il deflusso minimo vitale e che con il raddoppio dell’acquedotto porterebbero la capacità di captazione idrica e del suo sfruttamento a 19 mila litri d’acqua al secondo.
In questi anni il collettivo ha ragionato sulle interrelazioni di ACEA e dei suoi soci, come il Comune di Roma, la famiglia Caltagirone e le multinazionali di Suez e Veolia; sugli interessi finanziari che narrano l’acqua come “oro blu” e che stanno trasformando un bene vitale e pubblico in un bene di lusso, travolgendo la salute dei territori dell’alta e bassa Sabina e della metropoli romana e impattando sulla loro vivibilità futura.
Il lavoro del collettivo è da sempre volto a connettere le questioni locali con il quadro geopolitico nazionale e internazionale, svelando le derive della devastazione ambientale e il ruolo dei soggetti privati nelle politiche economiche di guerra connesse allo sfruttamento delle risorse: un esempio su tutti: i vergognosi accordi di ACEA con Mekorot, l’azienda israeliana che da decenni asseta il popolo palestinese ed è responsabile dell’ecocidio in Palestina e del genocidio in corso.
Le soggettività che compongono il collettivo si definiscono antifasciste, antirazziste, antisessiste e antisioniste, praticando collettivamente una politica dal basso autorganizzata che sappia immaginare “un abitare” l’Appennino diverso da quello pensato dalle politiche degli ultimi decenni: un corpo territorio volto alla salvaguardia delle specie e delle risorse, in cui gli abitanti possano essere tessuto sociale vivo e solidale e immaginare nuove forme del “fare comunità”.

